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L’estasi di “ricomporre i frammenti dispersi” Recensione di Tracce del Passato di Manuela Perrone Sole 24 H Cultura

L’estasi di “ricomporre i frammenti dispersi” Recensione di Tracce del Passato di Manuela Perrone Sole 24 H Cultura L’estasi di “ricomporre i frammenti dispersi” Recensione di Tracce del Passato di Manuela Perrone Sole 24 H Cultura
Tracce del passato
autori: Virginia Woolf
formato: Libro
prezzo:
€ 20,00
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    –di 
     

    «La sensazione delle onde, e del fiocco della tenda sul pavimento; la sensazione, come a volte la descrivo, di giacere all'interno di un acino d'uva e vedere tutto attraverso una pellicola gialla semitrasparente».

    Virginia Woolf descrive così il suo primo ricordo, nell'«abbozzo» di autobiografia intrapreso nell'aprile del 1939 e lasciato incompiuto nel 1940, a quattro mesi dal suicidio. C'è l’acino e, poco prima, l'immagine di sua madre Julia, con un abito a «fiori rossi e viola su sfondo nero», che la tiene sulle ginocchia seduta sull'omnibus. Le due scene si sovrappongono, con l'amata casa di St Ives a fare da scenografia.


    Un ritratto di Virginia Woolf (1882-1941) (Afp)


    La «base» della «coppa della vita» che via via si sarebbe riempita di cose assume i contorni di un morbido chicco d'uva che attutisce l'impatto del mondo fuori
    . Un grembo. È già presente quello stato liquido dell'esistenza, il dissolversi e il rifondersi delle gocce, che sarà la materia viva di uno dei suoi romanzi più belli: “Le onde”. “Tracce del passato” (pubblicato nel 2018 da Lanfranchi Editore, a cura di Alessandra Salvini con una postfazione di Federico Ferrari) è l'«abbozzo di autobiografia» scritto da Virginia tra l'aprile 1939 e il novembre 1940. Il tentativo di gettare lo sguardo sulla propria infanzia e sulla scoperta della vocazione letteraria, intrapreso mentre soffiano venti di guerra e mentre è impegnata, alla soglia dei sessant'anni, nella stesura della biografia di Roger Fry, l'amico appena scomparso che era stato un esponente di punta del Bloomsbury Group. Non è un caso, come nota Ferrari: quel lavoro è stato l’innesco della «deflagrante necessità di un chiarimento con se stessa e dei suoi rapporti con la famiglia».

    Nelle oltre 170 pagine del libro non si respira disincanto né stanchezza di vivere.
     Si tocca con mano, invece, l'urgenza di agguantare i tasselli fondamentali delle proprie origini con una tensione crescente: «… è così che allontano il dolore – ricomporre i frammenti dispersi. È forse il piacere più intenso che io conosca. È la stessa estasi che provo, quando, scrivendo, mi sembra di scoprire le giuste connessioni tra le cose». Un passaggio rivelatore: Virginia non riuscirà a concludere l'autobiografia, a completare il mosaico, a trovare la coerenza nella vita. La raggiunge, invece, nella sua produzione letteraria: nell'arte coagula il senso che nell'esistenza sfugge. Per questo ammette di aver «cancellato gran parte della potenza del ricordo di mia madre scrivendo di lei in Al faro», e «anche il ricordo di mio padre è stato assorbito e smussato nello stesso scritto».                   

    La scrittura come unica identità conclusa, il solo modo di sublimare la morte e la mancanza di senso
    , il travaso sulla pagina della «panoplia della vita» incarnata in sua madre Julia, persa troppo presto (Virginia aveva solo 13 anni). Ancora l'allusione a una ricomposizione di parti separate: l'ambizione che la pervade. Come quando esprime la sua «filosofia»: l’idea che sotto «l'ovatta di cui è fatto il quotidiano» si nasconda «un disegno; che noi, tutti noi esseri umani, siamo connessi a questo disegno; che il mondo intero sia un'opera d'arte, di cui noi facciamo parte».

    Alla madre dedica frasi di rapimento: è in fondo lei, la bellissima Julia Prinsep Jackson
    , «al centro di quell'enorme cattedrale che chiamiamo infanzia», che permette alla sua sesta figlia (settima di otto, considerando anche la figlia del padre Leslie) di sentirsi «recipiente della sensazione di estasi». Seppure la sua sia una «presenza diffusa» - Virginia la ricorda sempre «in una stanza piena di gente» (e come non ripensare alla successiva urgenza di una stanza tutta per sé?) – è Julia all'origine di un «mondo affollato e allegro», esempio di altruismo , generosità e integrità. Una donna non istruita ma acuta e interessata, magnetica, rimasta vedova giovanissima del primo marito al culmine dell'amore e mentre era incinta del terzo figlio. Seppur insensibile al tema della parità dei diritti (votò contro il suffragio universale), è indubbiamente da sua madre che Virginia ha assorbito l'orgoglio femminile, a cui ha dedicato riflessioni indimenticabili (ne “Le tre ghinee” forse ancora più originali di “Una stanza tutta per sé”).

    L’anelito e la curiosità verso le persone incontrate sul suo cammino – un affresco prezioso dell'ambiente più intellettualmente stimolante della società tardo-vittoriana - è lo stesso mostrato nei confronti dei personaggi dei suoi romanzi. Sferzante nei giudizi, mai Virginia appare inautentica, neppure quando allude senza rivelare. Succede mentre parla del fratellastro George, le cui attenzioni sessuali rivolte alle sorelle sono ben descritte nella biografia “Possiedo la mia anima” scritta da Nadia Fusini (Mondadori, 2006).

    Accade quando racconta dell'abuso subito, «molto piccola», dall'altro fratellastro Gerald: il disgusto e la vergogna per il corpo, a riprova di come (qui parla di sé in terza persona) «Virginia Stephen non è nata il 25 gennaio del 1882, ma migliaia di anni fa; e, fin dall'inizio, ha dovuto confrontarsi con istinti già acquisiti da migliaia di antenate del passato». E accade quando parla di suo padre Leslie Stephen, lo studioso «prototipo stesso dell'intellettuale di Cambridge», al quale riconosce l'assenza di qualsivoglia ipocrisia («Diceva sempre esattamente ciò che pensava, a prescindere da quanto fosse sconveniente; e faceva sempre ciò che voleva») ma a cui non perdona «il temperamento violento», le crisi di rabbia, specie con l'amata sorella Vanessa dopo la morte di Julia.

    «Era il padre esigente, violento, istrionico, pedante, egocentrico, vittimista, sordo, implorante, il padre amato e odiato», da cui si riconosce soggiogata. Gli deve il confronto costante sulle letture, il saccheggio dei libri dal suo studio: l'avidità di Virginia adolescente lo compiaceva. Non è un debito da poco. Ma, scoprendo Freud per la prima volta nel 1940, riesce a dare un nome preciso a quel conflitto tra amore e odio «così violentemente destabilizzante»: ambivalenza.

    Da questo memoir incompiuto emerge con nettezza un'altra consapevolezza ex post, che non può che appartenere alla scrittrice matura: l'esistenza, già allora, di un nocciolo femminile diverso da quello maschile, che coglie innanzitutto tra le mura di casa. Hide Park Gate, stavolta, invasa dal buio dei lutti: prima la madre, poi la sorellastra Stella. «In quel mondo pieno di uomini che andavano e venivano, in quella grande casa piena di stanze, io e lei (Vanessa, ndr) formavamo un piccolo nucleo privato. Lo vedo come un piccolo punto focale, dove sono concentrate sensibilità, intensità e immediata comprensione reciproca». È la percezione di una differenza, nitida nella descrizione della «imponente macchina patriarcale» che modellava gli uomini: «Ognuno dei nostri parenti di sesso maschile veniva infilato in quella macchina all'età di dieci anni e ne emergeva poi dall'altro capo, a sessant'anni, come preside, ammiraglio, ministro o direttore di un college. È impossibile pensare a loro come semplici, normali esseri umani tanto quanto è impossibile immaginare un cavallo da tiro galoppare sulle pianure non ferrato e a criniera sciolta». Nessuna colpevolizzazione, quasi un rimpianto colmo di pietà. Attualissimo. Il rimpianto per tutto quello che ciascuno di noi potrebbe essere se fosse libero (o liberato) dal peso delle aspettative altrui.

    www.ilsole24ore.com/art/cultura/2019-02-15/tracce-virginia-woolf-l-estasi-ricomporre-frammenti-dispersi-


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