Il tuo browser non supporta JavaScript!

La missione - Approfondimenti - Seconda Parte

La missione - Approfondimenti - Seconda Parte La missione - Approfondimenti - Seconda Parte
La missione
autori: Clara Mazzoleni
formato: Libro
prezzo:
€ 14,00
vai alla scheda »
Sentire il bisogno di scrivere o creare come necessità quasi fisica, ma d’altro canto avere la sensazione che il risultato non corrisponda in pieno all’intensità di ciò che pulsa ed urge dentro di noi.

Di questo vorremmo trattare nella seconda parte degli approfondimenti de “La missione” di Clara Mazzoleni, dopo aver analizzato – nella prima parte – alcuni spunti relativi al futuro e alle prospettive di vita dei giovani del nostro tempo.
Il tema affonda nei secoli e, fra i tanti esempi che potremmo fare,   per esser irriverenti, citeremo Proust:
“.. E questi sogni mi facevano pensare che, dal momento che volevo un giorno diventare uno scrittore, era tempo di sapere quel che meditassi di scrivere. Ma appena me lo chiedevo, tentando di rintracciare un argomento nel quale poter racchiudere un immenso significato filosofico, la mia intelligenza smetteva di funzionare, non vedevo più che il vuoto di fronte alla mia attenzione, sentivo di non avere talento o che, forse, una malattia cerebrale gli impediva di nascere” (M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, I Meridiani Mondadori, 1983, Volume primo, pag. 210).
Lo scrittore francese non rinuncia all’ironia, come abbiamo visto, anche se amara: “A volte facevo affidamento su mio padre per sistemare la faccenda. Era così potente, così stimato dalle persone importanti….” che sicuramente avrebbe convenuto “con il Governo e con la Provvidenza che io sarei stato il più grande scrittore del mio tempo” (Ibidem, pag. 211).
Ma altre volte: “Mi sembrava … di esistere nello stesso modo degli altri uomini, che sarei invecchiato, che sarei morto come loro, e che in mezzo al mucchio sarei stato semplicemente uno dei tanti che non hanno attitudine allo scrivere …” (Ibidem, pag. 211).
Eppure il giovane Proust non può fare a meno di essere attratto dagli oggetti che gli “parlano”: “All’improvviso un tetto, un riflesso di sole su una pietra, l’odore di una strada mi facevano sostare, per uno speciale piacere che ne traevo e anche perché sembravano nascondere, dietro ciò che vedevo, qualcosa che invitavano ad andare a prendere e che io, malgrado i miei sforzi, non riuscivo a scoprire” (ibidem, pag. 217).
Sollecitazioni da cui si sottrae con sollievo - per via dell’inesplicabilità dei significati- ma che “ammassa” inconsapevolmente nella sua mente. Convinto che “quella cosa ignota che s’avvolgeva in una forma o in un profumo…” un giorno o l’altro l’avrebbe ritrovata viva “ben protetta dal rivestimento di immagini … come i pesci che… portavo a casa nel mio cestino, coperti da uno strato d’erba che ne conservava la freschezza” (Ibidem, pag. 218).
Ed è uno dei fondamenti della Recherche, far rivivere -nella ripetizione di un gesto dimenticato, nella osservazione di un oggetto o di un dettaglio- il tempo passato, in maniera ancora più vivida e realistica del momento in cui accadeva, ma soprattutto in modo da coglierne, a posteriori, il senso e la portata.

Ne “La missione” ci sono due personaggi femminili che vivono la tensione creativa, due sorelle - forse entrambe il doppio dell’autrice, ma questo non è rilevante -   l’una si occupa d’arte visiva, l’altra di letteratura.

Frida, ama i palazzi di Milano
, in particolare quelli che si snodano nella zona di Porta Venezia, viale Buenos Aires e piazzale Loreto. Li ama di un amore fisico, viscerale, intenso : “Voleva possederli, in qualche modo: abbracciarli, unirsi a loro, fondersi con il blocco di materia che li costituiva… Guardava quei muri, le loro ruvide superfici e delle fitte feroci le trafiggevano l’inguine…..” (C. Mazzoleni, La missione, Lanfranchi editore, pag. 35).
Disegnarli le era sembrato un modo per prenderli. Intraprendere passeggiate per scoprirli, fermarsi davanti alle facciate per ammirarli a lungo, imprimersi nella testa i loro particolari, cullarli nella propria mente, metabolizzarli quasi, erano esperienze intense e gioiose, ma il risultato si riduceva quasi sempre ad un “fantasma di pallide linee grigie”. Il processo avrebbe potuto andare avanti all’infinito, ma invece avrebbe desiderato affrontare la questione fino in fondo e capire che non era in grado di trasformare e spiegare le emozioni che provava (Ibidem, pag. 34).

Marfa è invece colei che sente il bisogno di scrivere
, anche se non vuole ammettere di voler fare la scrittrice. Eppure quando cammina per strada, tutto ciò che vede, scrive di sé.
Cammino e vedo la scrittura, la sento che batte dentro di me i suoi tasti sconosciuti, li batte senza che io possa fermarli, senza che io possa ascoltare e plagiare le parole usate per dire l’odore della pioggia che sta per arrivare e i ragazzi che sotto alle prime gocce giocano a pallacanestro nel piccolo parco e sembrano volare insieme come farfalle impazzite da una parte all’altra del campo” (ibidem, pag. 87, 88)
Tutto intorno a sé scrive e racconta più di quanto voglia dare a vedere e dice cose inspiegabili che solo una buona scrittura potrebbe riuscire a spiegare.
Ma queste sollecitazioni tendono a trasformarsi in “un racconto breve dopo l’altro, e si accumulano e si mescolano e si sfidano, gareggiano e si rincorrono. Nessuno arriva al traguardo. Rivoli d’acqua che scendono il declivio verso il punto di arrivo, evaporando nel corso della discesa. Il torrente rimane secco, e la sorgente continua ad emettere acqua cristallina che non arriva mai al punto..” (Ibidem, pag. 88).
Per poter scrivere in maniera compiuta occorrerebbe concentrarsi su una cosa sola, un tema, una storia, esplorarla nel dettaglio, darle una struttura, dice la Mazzoleni, che, data la giovane età e a giudicare dalle premesse, avrà sicuramente modo e tempo di perfezionare il suo stile.
Eppure ci piace cogliere, questa riflessione, quasi inconsapevole, sulla bellezza dello scrivere inseguendo la propria mente, perché conduce a sentieri inediti e potrebbe condurre al “cuore della foresta”. Una foresta che ha il sapore del tempo (!) e dei secoli, dell’eternità.
Così il libro. “Il libro sopravvive a chi lo scrive e a chi lo legge, è come una foresta… immette ossigeno nella vita della persona più arida, triste e stanca … e la riempie di gioielli sfarzosi, la colma di ricchezza, di doni e di diamanti…” (Ibidem, pag. 92).

Inserisci un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con un asterisco*

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice per attivare il servizio.