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La missione - Approfondimenti - Prima parte

La missione - Approfondimenti - Prima parte La missione - Approfondimenti - Prima parte
La missione
autori: Clara Mazzoleni
formato: Libro
prezzo:
€ 14,00
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La  missione parla di  futuro;  della difficoltà di capire quale strada intraprendere e della precarietà; dei dubbi sulle proprie capacità creative, pagine queste di valore, perché un tema antico è stato affrontato da una ragazza ventisettenne con profondità. Infine,  racconta della capacità di uscire dalle dipendenze,  della missione di scegliere di vivere.

In questa prima parte di approfondimenti parleremo di futuro e di lavoro.
La frase di Paul Valéry “ll guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta”, continua ad avere molta fortuna perché non è mai stata così attuale. Chi si occupa di ricerca sociale sa che:
  • negli anni ‘50 e ‘60 il futuro si pianificava, ci si impegnava nella formazione al fine di intraprendere una professione e dunque avere una collocazione nella società e una chance di migliorare il proprio status
  • negli anni ‘70   i giovani  hanno cominciato a rapportarsi criticamente  all’ “inserimento nel sistema" e, in alcuni casi, a guardare con orrore ai propri padri che lavoravano in banca
  • questa repulsione per l’impiego fisso, pur assumendo ben altre spoglie, si è intravista anche agli albori dell’età “barbarica” , gli anni ’80, quando è cominciata  l’idolatria del denaro e  il desiderio di intraprendere per fare molti soldi,  in fretta ('80. Inizio della barbarie, P. Morando, Laterza 2016)   
  • negli anni  ’90, quando la nostra economia ha cominciato a declinare e  il lavoro a farsi precario,   l’ironia verso il posto fisso si è  stemperata e al tempo stesso si è diffusa  la tendenza a vivere in un eterno presente, come se il futuro fosse un altrove lontano, un tempo fantomatico  
  • nel nuovo millennio il futuro è diventato  “minaccioso”.  Non solo il  posto fisso è una chimera, ma soprattutto,  non è sufficiente studiare ed impegnarsi per  trovare una collocazione. Non c’è più speranza.
Senza la pretesa di affrontare un tema complesso  come il lavoro precario nell’era del biocapitalismo cognitivo (Chi di precario ferisce - Intervista ad A. Fumagalli, Alfabeta2 2014),  ne La missione, colpisce la compresenza -presso i giovani protagonisti- di varie tensioni:
  • da un lato, la forte spinta auto-realizzativa ed espressiva: dipingere, scrivere, comporre od eseguire musica è quello che i protagonisti desiderano fare,  pur con dubbi e difficoltà;  tendenza che di per sé permea ampi strati della nostra società, favorita dall’ automatismo narcisistico e dalla diffusione delle nuove tecnologie
  • dall’altro la consapevolezza che la classica carriera professionale, che pur è imprendibile o impossibile, forse non è nemmeno tanto desiderabile;  perché vivere per lavorare porterà pure qualche privilegio e  soddisfazione,  ma implica anche diventare schiavi di un’attività pervasiva e totalizzante
  • per contro  i giovani di questo romanzo  accettano senza fiatare, con rassegnazione,  di fare i camerieri, di lavare i piatti al ristorante, di fare il barista, la commessa in una profumeria, senza essere schizzinosi o pretendere di scegliere.  Non sono affatto “choosy” (di Fornero memoria), né gli aspiranti artisti, né tanto più i “normaloni”.
Dunque  l’arte, la cultura  sono attività che consentono ancora di sperare in un futuro?  Ma fino a quando e quanto si può resistere (senza guadagnare per vivere, senza essere riconosciuti)?
In effetti  l’autrice de La missione descrivendo  Mirko -  il protagonista del primo capitolo/racconto, un barista che si accontenta del suo lavoro senza nessun’altra aspirazione e che si è offerto di mantenere la sua fidanzata pianista, dalla quale però è stato lasciato,  inducendolo a riflettere sul senso dell’esistenza –   ci informa che  “Mirko crede che questa dell’avere bene in mente l’idea di futuro è tipica degli artisti” ”(La missione, pag. 23).  
Si riferisce sia alla sua fidanzata Claudia che “…parlava sempre del futuro, di quando sarebbe riuscita a comporre qualcosa di buono, di quando avrebbe suonato in un grande teatro”,  sia  al suo ex-collega cameriere aspirante violinista, morto in un incidente stradale “Quando si lasciava un po’ andare parlava di quando sarebbe diventato più bravo, del fatto che avrebbe voluto studiare all’estero”. Questo ragazzo gli era sembrato uno “con tanto futuro davanti a sé” (Ibidem, pag. 23). 
Mentre di sé stesso Mirko pensa che “non ha mai avuto molto futuro”. Ha iniziato a lavorare in un minuscolo bar tabacchi di periferia  ed  ora opera, freneticamente,  in un grande bar del centro. “Non ha mai avuto particolari progetti, gli è sempre bastato fare il suo dovere e farlo al meglio” (Ibidem, pag. 23) 

A proposito invece della  mancanza di attrazione per  la classica carriera nel mondo aziendale,  ne troviamo traccia nel terzo racconto /capitolo che ha per protagonista Adriano,  un uomo che ha attraversato l’esperienza della dipendenza dalla droga, riuscendo ad uscirne e a ricrearsi una vita:   un lavoro interessante,  una fidanzata (poi si scoprirà che è la pianista ex fidanzata di Mirko), l’attesa di una bimba.  Eppure in una serata che avrebbe dovuto concludersi con una cena tra colleghi,  cedendo all’ invito di un compagno occasionale,  deciderà di abbandonarsi per una sola volta, una sola volta ancora, a quell’ebbrezza che ti da la roba.  Momento di cedimento che  si rivelerà fatale.  Accompagniamo Adriano in questo viaggio sul taxi che lo porta fuori città, lungo i viali consolari disseminati di  grandi alberghi,  popolati  presumibilmente da  uomini  emersi da corsi di aggiornamento e di “motivazione”,  lo ascoltiamo compiangerli mentre egli è teso verso  il “paradiso”, pervaso da un’ ebbrezza crescente:
E poi, dietro a quelle luci giallastre vedo anche giovani uomini soli, immersi nella vasca da bagno, stanchi, che adesso chiamano le loro fidanzate o mogli e sorridono mestamente nel sentirne le voci…. e si chiedono il senso di tutto questo, di questa noia e di questa solitudine, di queste conferenze inutili e di come siano arrivati fin qui, ad avere nel cervello questa stanchezza sorda, ottusa, quando un tempo erano fluidi, pieni di entusiasmo, di voglia di sentirsi i migliori e fieri di se stessi e avrebbero dato qualsiasi cosa pur di trovarsi dove sono adesso, in un enorme albergo, in una città lontana, soli, liberi, ricchi”.  (Ibidem, pag 45)    

In cambio bisogna saper accettare il lavoro di “manovalanza”, che da un lato rappresenta un appiglio verso la concretezza, il non impazzire,  cioè ha un ruolo quasi salvifico:
Mirko digita su Facebook “Il lavoro è la mia salvezza” (Ibidem, pag. 11).  
Marfa, aspirante scrittrice, fa la lavapiatti in un ristorante e : “Ama stare tutto il giorno a contatto con l’acqua scrosciante, immersa in un continuo fluire,  in un disordine sporco, caotico, organico e schifoso che, grazie a lei, diventa un sistema ordinato di elementi asettici, puliti, perfetti”.  (Ibidem, pag. 84);

Dall’altro lato esso è spesso accompagnato da un’esistenza solitaria e alienata:  Marfa è sola, non parla con nessuno e non vuole più scrivere (ma dei dubbi sulla propria capacità creativa tratteremo nel prossimo articolo), lavora guardando un muro. Mirko trascorre le giornate freneticamente e alla sera si cucina un piatto di pasta che poi butta dalla finestra, come reazione all’idea di mangiare da solo, seduto sul divano con il piatto in mano.

Insomma il ritratto di questa generazione è desolante. Colpisce in particolare  l’estremo isolamento, l’idea che il proprio futuro sia solo un problema individuale e non collettivo.

Prossimi approfondimenti su  La missione saranno su “I dubbi sulla  capacità creativa” e “La dipendenza”.

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